giovedì 10 novembre 2011

intervista inedita a Simona Colucci, vegana e presidente del Vegfestival




Intervista a Simona Colucci, vegana e presidente dell’associazione Vegfestival
Un esercito pacifico sta invadendo di anno in anno il nostro paese: sono i 600 mila vegani e i 6 milioni di vegetariani che seduti al nostro tavolo ci obbligano a fare i conti con cibo e coscienza.
Simona Colucci, presidente dell’associazione Vegfestival, che da 8 anni a Torino riunisce tutta l’Italia vegana in una grande festa annuale, ci chiarisce le motivazioni e gli obiettivi.
Simona, cosa vuol dire essere vegana?
Scegliere di non mangiare prodotti che derivino dagli animali e dalla loro sofferenza; quindi evitare non solo carne e pesce, ma anche latte, uova, miele. E poi non vestirsi di lana e pelle e non utilizzare i cosmetici testati sugli animali.
Quale visione sta dietro questa scelta?
Vuole essere uno stile di vita condotto nel rispetto della vita di tutti gli esseri viventi. Siamo contrari anche agli allevamenti biologici, perché se è vero che in essa l’animale vive libero e non in gabbia, in ogni caso la fine della sua vita è decisa dall’uomo. Due esempi per tutti : una gallina con un’aspettativa di 20 anni, ne vive solo due, fin quando produce uova, e così una mucca viene uccisa a 5 anni, quando non è più in grado di produrre latte, invece che morire di morte naturale verso i 20 anni. I derivati non sono in sé morte ma portano comunque ad una fine precoce dell’animale: si pensi che dietro il codice dei coloranti usati per tingere di rosso bevande e caramelle si nasconde la coccinella.
Cosa ti ha portato ad esserlo?
Sono cose che ho scoperto parlandone con gli altri, osservando le tabelle e leggendo le ricerche. Per questo distribuiamo molto materiale informativo; dal 2005 esiste anche un sito (www.veganhome.it), che dispone di un database aggiornato su ristoranti e duty free vegan, con un forum aperto alle discussioni.
 L’obbligo per legge di segnalare gli ingredienti va da una certa percentuale in su, quindi sicuramente anche io mangio qualche derivato animale senza saperlo, per questo il bisogno di informarsi e confrontarsi è continuo.
Quali sono le difficoltà di un vegano?
Il problema pratico di reperire alimenti vegani è sempre meno presente perché c’è un’attenzione costante alla salute, al biologico e quindi i negozi e le case produttrici sono in aumento. C’è sicuramente il problema sociale, perché si viene presi per estremisti, spesso ci dicono : “va bene vegetariano, però anche latte uova e scarpe!” però credo che sia una difesa, perché il vegan in qualche modo ti chiama in causa. C’è chi dice “dovresti pensare ai bambini che muoiono di fame” ma il nostro discorso si allarga anche ai rapporti tra nord e sud del mondo. L’occidente esporta gran parte dei generi alimentari dal sud del globo per dare da mangiare ai nostri animali; la stessa Fao ha detto che se tutti fossimo vegetariani il problema della fame nel mondo sarebbe ridotto drasticamente.
Eppure vi danno degli integralisti…
A volte si dice che siamo una setta perché usciamo solo tra di noi, ma per gli attivisti è naturale: dagli incontri nascono delle amicizie. Esistono poi problemi che chiamerei quasi di discriminazione, per cui a tavola gli onnivori ci rivolgono critiche infastidite, e talvolta tutta la serata si concentra sul tema. Spesso preferiamo trovarci tra di noi solo per passare delle cene in relax.
Cosa ne pensate della pet therapy?
Non abbiamo una opinione comune. Io personalmente non sono contraria, ma tutto dipende di cosa si fa per esempio di un cavallo nel momento in cui invecchia o si ammala, e non è più utile per quello scopo.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Go vegan!

sabato 22 ottobre 2011

inedito ottobre 2010

Rifugiati, dove?

“Il Velena vive e ritornerà” è la scritta di benvenuto che campeggia sul muro dell’ex centro sociale di Torino, occupato da 22 rifugiati somali.
E preannuncia la sua storia: la struttura nasce come stazione dei vigili, poi viene chiusa, ed è occupata e sgomberata più volte. Una ventina di giovani rifugiati politici hanno trovato lì la loro nuova “casa”, dopo essere stati cacciati dall’ex caserma di via Asti in cui alloggiavano da un anno insieme ad altri 200 somali, rifiutando di mettersi in coda per un letto in dormitorio, posto che forse non sarebbe mai arrivato. Li hanno chiamati gli “irriducibili”, unica colpa non essersi piegati a un’attesa troppo lunga e poco dignitosa.
Ma il Velena non è un rifugio accogliente.



“Questa situazione non può durare per sempre – dice Paolo Salza, consigliere di circoscrizione di Rifondazione comunista - Se qualcuno in via Asti voleva prenderli per fame come hanno tentato di fare sospendendogli gli alimenti, spero che qui nessuno voglia prenderli per freddo. Sono convinto che una soluzione si troverà insieme. E’ chiaro che non possono restare a lungo, non ci sono gli infissi, c’è la caldaia quasi nuova ma bisogna accenderla, la luce siamo riusciti a collegarla ma l'acqua scorre solo per metà palazzo; per fortuna c’è quella benedetta fontanella qui fuori però insomma non me li immagino a capodanno a lavarsi le ascelle all'aperto”.

Ahmed, 30 anni, anche lui di Mogadiscio, sta uscendo fuori da “casa”, con i panni da lavare, verso la fontanella che dà sulla strada, dove porta anche uno stendino. “Ogni mattina andiamo a cercare lavoro- spiega- per raccogliere frutti in campagna. Alle 5 meno 20 passa il pullman, prendiamo il treno da porta nuova alle 6 e 22 per la periferia dove attraversiamo i campi in bicicletta. Ci pagano 5 euro l’ora. In nero. Un giorno si lavora, un giorno no, dipende, come capita”.


Durante le trattative quotidiane tra prefettura, servizi sociali, comune e i ragazzi, uno di loro ha ricevuto una telefonata concitata dalla moglie che gli diceva “aiuto qua stanno bombardando”, poi la telefonata si è interrotta. Questo ragazzo è scoppiato a piangere, non aveva soldi per richiamare e capire cos’era successo, nessuno aveva un telefono funzionante e nessuno poteva uscire, erano bloccati lì. “Due giorni dopo, - racconta Salza- quando l'ho saputo e gli ho dato il mio telefono, lui ha appreso che moglie e figli erano tutti e tre feriti a Nairobi, ma stavano bene. Aveva passato 48 ore pensando che potessero essere morti o qualsiasi altra cosa. Dargli un telefono era una questione di elementare buonsenso che avrebbe potuto fare chiunque, anche un funzionario della polizia che era lì in trattativa con loro”.

Le loro storie si assomigliano tutte: “sono partito due anni fa, solo, lasciando la mia famiglia; - spiega Ahmed K., 27 anni, di Mogadiscio - . Mio papà è morto in guerra, mio fratello anche. Sono partito e basta, non m’importava dove, volevo solo la tranquillità di poter lavorare, mangiare e dormire. E basta. Ma non è così, non c’è lavoro in Italia”.

Alì C. è un pescatore, ha guidato lui il barcone della speranza, dalla Libia a Lampedusa. “Eravamo 45 persone in una barca di 9 metri e mezzo per tre -riferisce -. Ho pagato 900 dollari per il viaggio. Dopo 22 ore siamo arrivati tutti”. Alla domanda “la tua famiglia come sta?” risponde brevemente “la mia famiglia c’è” . Il che è tanto. “Sono qui da tre anni e nessuno può raggiungermi perché non ho ancora né lavoro né casa, il diritto di asilo non li prevede”. Mostra il permesso di soggiorno, c'è scritto “protezione sussidiaria”. E aggiunge “Italia: problema”.


All’art. 5 del Regolamento relativo alle procedure per il riconoscimento dello status di Rifugiato -DPR 16 settembre 2004 n. 303-

si legge:“Nell'ambito delle rispettive attribuzioni e dotazioni di bilancio, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali adottano i provvedimenti concorrenti al perseguimento dell'obiettivo di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono il pieno riconoscimento dei diritti e degli interessi riconosciuti agli stranieri nel territorio dello Stato, con particolare riguardo a quelli inerenti all'alloggio, alla lingua, all'integrazione sociale, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona umana”.



Sono tante le leggi emanate sul diritto del rifugiato, ma poche le applicazioni che ne proteggono effettivamente la Persona.






lunedì 17 ottobre 2011

Un inedito.. mai pubblicato su Il Giorno : Storia di Mohamed Ba, nero, ma non incazzato

Nota: ho deciso di pubblicare alcuni miei articoli, che, per diversi motivi, non sono più usciti. Questo doveva uscire per Il Giorno l'anno scorso: motivo della mancata pubblicazione? ignoto.
Mohamed Ba però è una Persona speciale, con la P maiuscola, che mi ha dato tanto in una sola chiaccherata, e avrebbe meritato molto di più che questo spazio.

Ottobre 2010


Mohamed Ba, 46 anni, senegalese, 20 anni fa va a Parigi per fare l’educatore, ma diventa clandestino, e per  8 anni si arrangia come muratore e lavapiatti.

Nel 1998 arriva a Milano, dove scopre “un'altra Italia”, non quella “mafiosa” degli stereotipi d’oltreconfine: ciò condiziona il suo interesse per l’intercultura.

Nel maggio 2009 è accoltellato in pieno giorno da un italiano, perché nero, nell’indifferenza generale di un Viale Certosa affollato. Per la denuncia deve attendere di essere dimesso, tardi per ricordarsi i dettagli dell’uomo che lo aveva aggredito.

Oggi fa ancora l’educatore nelle scuole e l’animatore musicale all’associazione Il Sorriso di Cusano.
Si è trasferito in Brianza, Milano gli fa paura. Il suo aggressore gira a piede libero, impunito.



“Nell’era della globalizzazione siamo intessuti di fili di tutti i colori” è con questa frase che si presenta Mohamed Ba, per tutti Amed, da due anni animatore del laboratorio musicale dell’associazione per disabili “il Sorriso” di Cusano Milanino.  

Senegalese, nonno maliano, bisnonno della Mauritania e trisnonno del Sudan, porta con sé tutti i colori e i suoni dell’Africa. Non solo, afferma di avere una tripla identità: africana, ma anche francese e italiana.

“La Francia è un paese che mi ha generato, già prima di varcare il confine leggevo e cantavo Voltaire, riflettevo con Proust; l’Italia mi ha accolto dopo, anche se poi mi ha tradito, quando lo scorso anno mi hanno accoltellato senza motivo in pieno giorno a Milano: la mia colpa? essere nero”.
Cosa vuol dire per te, arrivare ogni martedì dalla Brianza, dove ti sei trasferito dopo l’aggressione,  all’associazione di Cusano?
“Venendo in mezzo a questi ragazzi mi ritrovo dentro ognuno di essi perché anche io ho vissuto il disagio e cerco di dare loro quello che mi sarei aspettato dalle istituzioni milanesi, e non ho ricevuto: ascolto, attenzione, comprensione e disponibilità.
In cambio ricevo moltissimo affetto.

Dopo il 31 maggio 2009 qualcosa è morto dentro di me, ho un tatuaggio sullo stomaco che non ho ordinato. Quello che faccio non è più per me, ma è per i bambini, loro sono il futuro.
Quando mi sono ritrovato clandestino in Francia, la terra che amavo, per 8 anni, le alternative erano due: vivere per me o sopravvivere per gli altri. Ho fatto prevalere la mia africanità, quei valori per cui l’individuo si riconosce negli altri.

Il “grazie” della mia famiglia a cui inviavo i soldi, guadagnati con il lavoro di operaio e lavapiatti, era la mia ragione di vita.
Pur nella distanza non mi sentivo povero e neppure così  solo. 
Sono momenti in cui ti rendi conto di essere una perla preziosa la cui importanza ha senso solo considerando l’intera collana”.
12 anni fa, quando arriva in Italia per caso, si accorge che “mentre prima, secondo i pregiudizi creatisi in Francia, erano gli italiani ad essere potenziali mafiosi, ora ero io il potenziale vu cumprà. Ma non ci stavo, io volevo essere un vu pensà”.
Porta la sua Africa nelle scuole dell’hinterland e della Lombardia, dalle materne alle superiori, attraverso la musica, il teatro, le fiabe. Dà lezioni anche alla Statale di Milano, per il master in organizzazione di eventi.  

Dopo anni da “italo- senegalese” Ahmed si è accorto che laddove l’uomo non ha una memoria collettiva che ti tocca nella sua quotidianità, trova nell’altro la giustificazione del suo vuoto interiore, con due tipi di reazione: erigere un muro di diffidenza oppure accusare e ghettizzare l’altro.

“E’ questo il problema dell’immigrazione in Italia, perciò lavoro sempre su due fronti quando vado nelle scuole a fare intercultura; parlo della mia cultura ma prima ancora di quella milanese, portando i ragazzi a visitare il centro storico.

Perché, come dice un proverbio africano, il tronco d’albero può stare decenni nell’acqua, ma non diventerà mai un coccodrillo; se si è bel saldi nelle proprie radici, non si ha paura che l’altro possa toglierci nulla”.

martedì 6 settembre 2011

Il Giorno _1 aprile 2011, I "Catlong" dalle aule del liceo al palco

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Terranuova_febbraio 2011, io mi (s) bilancio! monitorare i propri consumi per cambiare l'economia a partire dai gesti quotidiani: è questo il principio dei Bilanci di Giustizia

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Genio Donna_ febbraio 2011, intervista a Iaia Caputo dell'associazione femminista "Di Nuovo"


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Terre di Mezzo_ febbraio 2011, karaoke alla cinese

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Il Giorno_18 novembre 2010, intervista allo scrittore colognese Alfonso Lombardi. "Il passato? ritorna sempre"

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