Rifugiati, dove?
“Il Velena vive e ritornerà” è la scritta di benvenuto che campeggia sul muro dell’ex centro sociale di Torino, occupato da 22 rifugiati somali.
E preannuncia la sua storia: la struttura nasce come stazione dei vigili, poi viene chiusa, ed è occupata e sgomberata più volte. Una ventina di giovani rifugiati politici hanno trovato lì la loro nuova “casa”, dopo essere stati cacciati dall’ex caserma di via Asti in cui alloggiavano da un anno insieme ad altri 200 somali, rifiutando di mettersi in coda per un letto in dormitorio, posto che forse non sarebbe mai arrivato. Li hanno chiamati gli “irriducibili”, unica colpa non essersi piegati a un’attesa troppo lunga e poco dignitosa.
Ma il Velena non è un rifugio accogliente.
“Questa situazione non può durare per sempre – dice Paolo Salza, consigliere di circoscrizione di Rifondazione comunista - Se qualcuno in via Asti voleva prenderli per fame come hanno tentato di fare sospendendogli gli alimenti, spero che qui nessuno voglia prenderli per freddo. Sono convinto che una soluzione si troverà insieme. E’ chiaro che non possono restare a lungo, non ci sono gli infissi, c’è la caldaia quasi nuova ma bisogna accenderla, la luce siamo riusciti a collegarla ma l'acqua scorre solo per metà palazzo; per fortuna c’è quella benedetta fontanella qui fuori però insomma non me li immagino a capodanno a lavarsi le ascelle all'aperto”.
Ahmed, 30 anni, anche lui di Mogadiscio, sta uscendo fuori da “casa”, con i panni da lavare, verso la fontanella che dà sulla strada, dove porta anche uno stendino. “Ogni mattina andiamo a cercare lavoro- spiega- per raccogliere frutti in campagna. Alle 5 meno 20 passa il pullman, prendiamo il treno da porta nuova alle 6 e 22 per la periferia dove attraversiamo i campi in bicicletta. Ci pagano 5 euro l’ora. In nero. Un giorno si lavora, un giorno no, dipende, come capita”.
Durante le trattative quotidiane tra prefettura, servizi sociali, comune e i ragazzi, uno di loro ha ricevuto una telefonata concitata dalla moglie che gli diceva “aiuto qua stanno bombardando”, poi la telefonata si è interrotta. Questo ragazzo è scoppiato a piangere, non aveva soldi per richiamare e capire cos’era successo, nessuno aveva un telefono funzionante e nessuno poteva uscire, erano bloccati lì. “Due giorni dopo, - racconta Salza- quando l'ho saputo e gli ho dato il mio telefono, lui ha appreso che moglie e figli erano tutti e tre feriti a Nairobi, ma stavano bene. Aveva passato 48 ore pensando che potessero essere morti o qualsiasi altra cosa. Dargli un telefono era una questione di elementare buonsenso che avrebbe potuto fare chiunque, anche un funzionario della polizia che era lì in trattativa con loro”.
Le loro storie si assomigliano tutte: “sono partito due anni fa, solo, lasciando la mia famiglia; - spiega Ahmed K., 27 anni, di Mogadiscio - . Mio papà è morto in guerra, mio fratello anche. Sono partito e basta, non m’importava dove, volevo solo la tranquillità di poter lavorare, mangiare e dormire. E basta. Ma non è così, non c’è lavoro in Italia”.
Alì C. è un pescatore, ha guidato lui il barcone della speranza, dalla Libia a Lampedusa. “Eravamo 45 persone in una barca di 9 metri e mezzo per tre -riferisce -. Ho pagato 900 dollari per il viaggio. Dopo 22 ore siamo arrivati tutti”. Alla domanda “la tua famiglia come sta?” risponde brevemente “la mia famiglia c’è” . Il che è tanto. “Sono qui da tre anni e nessuno può raggiungermi perché non ho ancora né lavoro né casa, il diritto di asilo non li prevede”. Mostra il permesso di soggiorno, c'è scritto “protezione sussidiaria”. E aggiunge “Italia: problema”.
All’art. 5 del Regolamento relativo alle procedure per il riconoscimento dello status di Rifugiato -DPR 16 settembre 2004 n. 303-
si legge:
“Nell'ambito delle rispettive attribuzioni e dotazioni di bilancio, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti locali adottano i provvedimenti concorrenti al perseguimento dell'obiettivo di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono il pieno riconoscimento dei diritti e degli interessi riconosciuti agli stranieri nel territorio dello Stato, con particolare riguardo a quelli inerenti all'alloggio, alla lingua, all'integrazione sociale, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona umana”.
Sono tante le leggi emanate sul diritto del rifugiato, ma poche le applicazioni che ne proteggono effettivamente la Persona.

