Mohamed Ba però è una Persona speciale, con la P maiuscola, che mi ha dato tanto in una sola chiaccherata, e avrebbe meritato molto di più che questo spazio.
Ottobre 2010
Mohamed Ba, 46 anni, senegalese, 20 anni fa va a Parigi per fare l’educatore, ma diventa clandestino, e per 8 anni si arrangia come muratore e lavapiatti.
Nel 1998 arriva a Milano, dove scopre “un'altra Italia”, non quella “mafiosa” degli stereotipi d’oltreconfine: ciò condiziona il suo interesse per l’intercultura.
Nel maggio 2009 è accoltellato in pieno giorno da un italiano, perché nero, nell’indifferenza generale di un Viale Certosa affollato. Per la denuncia deve attendere di essere dimesso, tardi per ricordarsi i dettagli dell’uomo che lo aveva aggredito.
Oggi fa ancora l’educatore nelle scuole e l’animatore musicale all’associazione Il Sorriso di Cusano.
Si è trasferito in Brianza, Milano gli fa paura. Il suo aggressore gira a piede libero, impunito.
Nel 1998 arriva a Milano, dove scopre “un'altra Italia”, non quella “mafiosa” degli stereotipi d’oltreconfine: ciò condiziona il suo interesse per l’intercultura.
Nel maggio 2009 è accoltellato in pieno giorno da un italiano, perché nero, nell’indifferenza generale di un Viale Certosa affollato. Per la denuncia deve attendere di essere dimesso, tardi per ricordarsi i dettagli dell’uomo che lo aveva aggredito.
Oggi fa ancora l’educatore nelle scuole e l’animatore musicale all’associazione Il Sorriso di Cusano.
Si è trasferito in Brianza, Milano gli fa paura. Il suo aggressore gira a piede libero, impunito.
“Nell’era della globalizzazione siamo intessuti di fili di tutti i colori” è con questa frase che si presenta Mohamed Ba, per tutti Amed, da due anni animatore del laboratorio musicale dell’associazione per disabili “il Sorriso” di Cusano Milanino.
Senegalese, nonno maliano, bisnonno della Mauritania e trisnonno del Sudan, porta con sé tutti i colori e i suoni dell’Africa. Non solo, afferma di avere una tripla identità: africana, ma anche francese e italiana.
“La Francia è un paese che mi ha generato, già prima di varcare il confine leggevo e cantavo Voltaire, riflettevo con Proust; l’Italia mi ha accolto dopo, anche se poi mi ha tradito, quando lo scorso anno mi hanno accoltellato senza motivo in pieno giorno a Milano: la mia colpa? essere nero”.
Senegalese, nonno maliano, bisnonno della Mauritania e trisnonno del Sudan, porta con sé tutti i colori e i suoni dell’Africa. Non solo, afferma di avere una tripla identità: africana, ma anche francese e italiana.
“La Francia è un paese che mi ha generato, già prima di varcare il confine leggevo e cantavo Voltaire, riflettevo con Proust; l’Italia mi ha accolto dopo, anche se poi mi ha tradito, quando lo scorso anno mi hanno accoltellato senza motivo in pieno giorno a Milano: la mia colpa? essere nero”.
Cosa vuol dire per te, arrivare ogni martedì dalla Brianza, dove ti sei trasferito dopo l’aggressione, all’associazione di Cusano?
“Venendo in mezzo a questi ragazzi mi ritrovo dentro ognuno di essi perché anche io ho vissuto il disagio e cerco di dare loro quello che mi sarei aspettato dalle istituzioni milanesi, e non ho ricevuto: ascolto, attenzione, comprensione e disponibilità.
In cambio ricevo moltissimo affetto.
Dopo il 31 maggio 2009 qualcosa è morto dentro di me, ho un tatuaggio sullo stomaco che non ho ordinato. Quello che faccio non è più per me, ma è per i bambini, loro sono il futuro.
In cambio ricevo moltissimo affetto.
Dopo il 31 maggio 2009 qualcosa è morto dentro di me, ho un tatuaggio sullo stomaco che non ho ordinato. Quello che faccio non è più per me, ma è per i bambini, loro sono il futuro.
Quando mi sono ritrovato clandestino in Francia, la terra che amavo, per 8 anni, le alternative erano due: vivere per me o sopravvivere per gli altri. Ho fatto prevalere la mia africanità, quei valori per cui l’individuo si riconosce negli altri.
Il “grazie” della mia famiglia a cui inviavo i soldi, guadagnati con il lavoro di operaio e lavapiatti, era la mia ragione di vita.
Pur nella distanza non mi sentivo povero e neppure così solo.
Sono momenti in cui ti rendi conto di essere una perla preziosa la cui importanza ha senso solo considerando l’intera collana”.
Il “grazie” della mia famiglia a cui inviavo i soldi, guadagnati con il lavoro di operaio e lavapiatti, era la mia ragione di vita.
Pur nella distanza non mi sentivo povero e neppure così solo.
Sono momenti in cui ti rendi conto di essere una perla preziosa la cui importanza ha senso solo considerando l’intera collana”.
12 anni fa, quando arriva in Italia per caso, si accorge che “mentre prima, secondo i pregiudizi creatisi in Francia, erano gli italiani ad essere potenziali mafiosi, ora ero io il potenziale vu cumprà. Ma non ci stavo, io volevo essere un vu pensà”.
Porta la sua Africa nelle scuole dell’hinterland e della Lombardia, dalle materne alle superiori, attraverso la musica, il teatro, le fiabe. Dà lezioni anche alla Statale di Milano, per il master in organizzazione di eventi.
Dopo anni da “italo- senegalese” Ahmed si è accorto che laddove l’uomo non ha una memoria collettiva che ti tocca nella sua quotidianità, trova nell’altro la giustificazione del suo vuoto interiore, con due tipi di reazione: erigere un muro di diffidenza oppure accusare e ghettizzare l’altro.
“E’ questo il problema dell’immigrazione in Italia, perciò lavoro sempre su due fronti quando vado nelle scuole a fare intercultura; parlo della mia cultura ma prima ancora di quella milanese, portando i ragazzi a visitare il centro storico.
Perché, come dice un proverbio africano, il tronco d’albero può stare decenni nell’acqua, ma non diventerà mai un coccodrillo; se si è bel saldi nelle proprie radici, non si ha paura che l’altro possa toglierci nulla”.
Dopo anni da “italo- senegalese” Ahmed si è accorto che laddove l’uomo non ha una memoria collettiva che ti tocca nella sua quotidianità, trova nell’altro la giustificazione del suo vuoto interiore, con due tipi di reazione: erigere un muro di diffidenza oppure accusare e ghettizzare l’altro.
“E’ questo il problema dell’immigrazione in Italia, perciò lavoro sempre su due fronti quando vado nelle scuole a fare intercultura; parlo della mia cultura ma prima ancora di quella milanese, portando i ragazzi a visitare il centro storico.
Perché, come dice un proverbio africano, il tronco d’albero può stare decenni nell’acqua, ma non diventerà mai un coccodrillo; se si è bel saldi nelle proprie radici, non si ha paura che l’altro possa toglierci nulla”.


Ho incontrato Mohamed Bad l'anno scorso. Occhi limpidi e fieri di chi ha conosciuto sulla propria carne l'insensatezza della violenza senza lasciarsi a sua volta corropenre dalla macchia nera dell'odio e della rabbia. Conoscevo la sua storia. Grazie per averla raccontata.
RispondiEliminaAnna Alemanno
il tronco d’albero può stare decenni nell’acqua, ma non diventerà mai un coccodrillo Grazie maestro di ricordarci le parole sante
RispondiEliminasadiop ndiaye trieste